Lazio, non è un caso (Il Messaggero.it)
di ROBERTO RENGA
ROMA - Lo sostiene Mourinho, non un pinco pallino qualsiasi: la classifica è ballerina e le prime di oggi saranno le ultime di domani. E’ anche la tesi di tanti altri, di tutti quelli che hanno buonsenso, effettivamente. Dote che non ci riguarda, per cui ci facciamo portavoci di una provocazione: sicuri che la classifica sia occasionale? Sicuri che Lazio, Napoli, Udinese, Catania e Palermo si siano piazzate nell’attico solo per la cattiva condizione di quelle che per consuetudine chiamiamo grandi? Facciamo notare: casualmente, un club del nord e quattro del centro sud.
Personalmente, non abbiamo certezze e ci basiamo, semmai, sui fatti e sui numeri. E’ un fatto che le cinque squadre di cui stiamo parlando abbiano giustamente collezionato i loro punti. Non hanno rubato partite, non hanno comprato avversari, non hanno tentato di sedurre qualche arbitro. Hanno ciò che dovevano avere.
Come le altre, tra le quali solo la Roma può lamentarsi per uno o tre punti in meno per via di quello che è successo a Genova. L’Inter merita i dieci punti, il Milan e la Juventus i nove che hanno e la Fiorentina non può lamentarsi dei sette che ha toccato. Insomma, tutto regolare e le partite ormai sono cinque, non una, due o tre. Cinque è qualcosa. Cinque gare ci impongono di guardare oltre e di non commettere l’errore di snobbare squadre e giocatori.
Prendiamo la Lazio. E’ un caso? Delio Rossi, che questo affresco sta dipingendo, anni fa partì da un modulo zemaniano. Lo cambiò nel più classico dei quattro, quattro, due e sembrava fideisticamente convinto che non esistesse altro modulo all’infuori di quello. Guardate adesso. Tre attaccanti più Mauri a centrocampo, più i terzini che spingono e Siviglia che viene avanti a far gol di testa. La Lazio si guarda le spalle e attacca. Con la stessa intensità. Le punte saltano l’uomo e poi tirano o cercano appoggi in area, dove si trovano, a quel punto, almeno tre biancocelesti. Un modo di giocare dispersivo, faticoso e che necessita di una condizione fisica perfetta. Il morale e le vittorie aiuteranno Rossi e i suoi.
Altra squadra che gioca un buon calcio: il Palermo. Ballardini non ha un modulo suo. Studia i giocatori e poi adatta, come un sarto, il vestito, lavorando sulle virtù più che sui difetti. Il suo è calcio in verticale e sono sempre quattro o cinque i calciatori che partecipano alla fase offensiva: uno gioca la palla, gli altri vanno in profondità.
L’Udinese ha solidità societaria e viene da anni di successi. Vincere per i calciatori di Pozzo è ormai una cosa normale. Già con Spalletti, ricorderete, conquistarono un posto in Champions. Marino fa calcio d’attacco. Meno studiato di quello offerto da Rossi e Ballardini.
Napoli e Catania la buttano sul fisico, sull’entusiasmo, sulla difesa, sul contropiede. Il Napoli ha ovviamente calciatori di maggior qualità rispetto al Catania. Gente come Lavezzi e Hamsik, Zenga li sogna di notte. Walter ha voglia di vivere, che trasmette ai giocatori e all’ambiente. In faccia ha una ragnatela di rughe, come chi ha sofferto o ne ha viste tante. La gente ricorda com’era Zenga, lo rivede adesso e prova tenerezza: il ragazzo, insomma, piace. E fa anche bene. Il giochino del corner è folcloristico, ma qualche volta conduce al gol. E una cosa, se non altro, vuol dire: Zenga si impegna e studia anche di notte. Non è il tipo? E chi l’ha detto: tutti cambiano.
Qualcuna di queste squadre si perderà per strada. Le grandi tradizionali chiaramente faranno meglio di quanto non stiano facendo, però non anticipiamo date e non poniamo limiti. E nel frattempo, va sottolineato il giudizio sul derby milanese: orribile. Per ritmo e passo sembrava una partita in bianco e nero, degli anni sessanta: calma piatta e noia. Faceva comodo al Milan, che ha campioni stanchi, non all’Inter, che pure ha accettato di ballare il tango. Ancelotti batte Mourinho, che deve ancora capire il nostro campionato.