Spaccarotella chiede perdono: “Non volevo uccidere Gabriele” (Repubblica.it)

Ma la famiglia non ci sta: “Richiesta falsa, adesso è tardi”

ROMA - Chiede perdono ai familiari di Gabriele Sandri. Dopo mesi di silenzio. Luigi Spaccarotella fa sentire la sua voce. Intervistato dall’Ansa, l’agente accusato di aver ucciso con un colpo di pistola il tifoso laziale, si rivolge ai familiari di Gabriele: “Ho ucciso il loro figlio: dire che mi dispiace, che non volevo, non può essere sufficiente. Vorrei incontrarli, anche se so che non sarebbe facile”. Una richiesta che, però, cade nel vuoto. “Il perdono? E’ tardi. La richiesta arriva con una tempistica processuale ineccepibile, che fa sorgere qualche perplessità. Non suona come vera” replica Cristiano, il fratello di Gabriele.

Parole che arrivano dopo il rinvio della prima udienza del processo dove l’agente non si era presentato. Spaccarotella torna ai fatti dell’11 novembre scorso quando dalla sua pistola partì il colpo che uccise Gabriele Sandri che era dall’altra parte dell’autostrada. “Correvo - racconta l’agente - il colpo è partito accidentalmente, poi è stato deviato. Non ho mirato all’auto: come si può pensare che abbia voluto uccidere qualcuno? Voglio pagare per quel che ho fatto, ma pensare che sia stato un omicidio volontario è troppo”. L’opposto di quello che pensano i genitori di Sandri. E di quello che dicono alcuni testimoni che, quel giorno, erano nell’area di servizio. “In assenza di un’ammissione di responsabilità - commenta Michele Monaco, legale dei Sandri - è difficile pensare di perdonare chi ha ucciso Gabriele”.

“Quel maledetto 11 novembre - racconta Spaccarotella - è morta anche una parte di me. Pochi giorni dopo, chiesi al vescovo di Arezzo di far arrivare ai Sandri il mio cordoglio. Lui si mise in contatto con persone vicine alla famiglia di Gabriele ma, non so perché, gli fu risposto che i tempi non erano maturi”.

“Rimettermi la divisa, quando sono tornato al lavoro, non è stato facile - conclude l’agente - non ho più voluto impugnare una pistola, né salire su un’auto della polizia”.