La parabola di Giorgione da tribuno degli stadi a furbetto di serie B (La Repubblica)
CORRADO SANNUCCI - «Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia» è stato il canto per tanti anni dei tifosi laziali e adesso è anche malinconico interrogarsi su quale battaglia si trattasse, se quella dei camorristi per riciclare denaro sporco, o quella di Giorgione di restare a galla in un´Italia che in fondo lo ha dimenticato, o quella degli ultrà, alcuni dei quali sono in attualmente detenuti, per servirsi di lui e scalzare il presidente Lotito e impadronirsi della società. Con quale spirito e per quali ragioni si sia cacciato in questo pasticcio forse un giorno lo spiegherà dal suo rifugio americano, ma certo non potrà liberarsi di quest´inchiesta con la stessa noncurante strafottenza con la quale mandò a quel paese il ct Valcareggi che lo sostituiva nel secondo tempo contro Haiti ai Mondiali del ‘74.
Ma che Chinaglia non fosse un esempio di sana conduzione societaria lo si era già visto quando la prima e unica volta che aveva avuto in mano il club da proprietario e presidente nell´85 aveva effettuato il più convinto tentativo di farlo definitivamente scomparire. Un´epopea che è incorniciata dal suo famoso discorso ai giocatori che resistevano nella bufera. Li lodava, «Siete impagabili» e infatti spesso non li pagava. In queste ultime truffe tentate e malamente fallite non c´è nulla del Chinaglia che i tifosi avevano conosciuto e del quale si erano innamorati. L´immagine, gloriosa per i laziali, è quel suo gesto tribunizio e sfrontato con il quale alzò il dito contro la Curva Sud dopo un gol segnato in un derby. Aveva regalato il primo scudetto alla Lazio con il suo fisico possente, così da incarnare come pochi altri il vecchio (e ormai desueto) concetto di «centravanti di sfondamento»: gesti e fisicità che poi non hanno funzionato mai, non è riuscito a sfondare da nessun´altra parte, così come non gli è riuscito di prendere a calci nel sedere amici e avversari come fece quel pomeriggio con Vincenzino D´Amico, sodale d´attacco con piedi più raffinati. Ha sempre avuto un dono istintivo a essere personaggio, il gigante, Long John, quasi una figura da fiaba, peccato che adesso gli si sia incollata addosso quell´aria da magliaro furbetto, come quando invitato da politici e mogli di politici si presentò in tribuna d´onore all´Olimpico nei giorni in cui portava in giro la carta falsa degli ungheresi, e riceveva l´applauso interessato di chi stava macchinando la truffa.
Però l´infanzia da emigrante a Cardiff in Galles gli avevano regalato un bon ton internazionale, la conoscenza dell´inglese era una dote sofisticata in un gruppo di giocatori laziali che in quei giorni si dedicava a oliare le pistole, vizio nel quale, e questo è uno dei suoi meriti, non è mai caduto. La sua invasione dell´America nel ‘76 è stata vista con orgoglio dai suoi tifosi, ma il tentativo di far vivere una lega di calcio negli Usa fallì e i Cosmos, la squadra che era stata anche di Pelè e Beckenbauer chiuse proprio con una amichevole contro la Lazio. Chinaglia è stato un grande giocatore, in Italia e poi a New York, e non è facile capire da quale cupio dissolvi sia stato conquistato, per andarsi a cercare prima una condanna fraudolenta per la sua gestione nella Lazio degli anni ‘80, quindi i sospetti di soldi riciclati (eccoli che appaiono la prima volta) da presidente del Foggia, alla fine l´acquisizione del Lanciano, un altro affare misterioso, smuoversi dagli Usa per andarsi a prendere un piccolo club in Abruzzo. È paradossale questo attivismo autodistruttivo, Chinaglia non aveva bisogno di risorgere, per i suoi tifosi era già nell´Olimpo, sarebbe stato sufficiente che dal ‘76 in poi non facesse niente e sarebbe stato un campione adorato. Ma a Chinaglia questo non è bastato. Rino Gaetano aveva cantato di un fratello che non credeva «che Chinaglia potesse andare al Frosinone». Tanti anni dopo, il Frosinone è in B e Chinaglia è molto, molto più in giù.