SS Lazio: scalata Casalesi, come è nata l’inchiesta (Ansa)

Le prime risultanze investigative che fanno riferimento al tentativo della camorra casertana di riciclare denaro sporco attraverso l’acquisizione della Lazio, risalgono ad una indagine della procura antimafia di Napoli, poi girata alla procura di Roma, avviata due anni fa dai pm Raffaele Cantone ed Alessandro Milita. Già ai tempi della prima inchiesta della procura della capitale sulle minacce al presidente biancoceleste Claudio Lotito - sfociata in un processo che si sta celebrando a Roma - emerse che nel progetto dei clan dei casalesi, l’ex campione biancoceleste Giorgio Chinaglia aveva avuto un ruolo importante, da promotore della scalata alla società calcistica, fallita per il rifiuto opposto dalla attuale dirigenza. I magistrati napoletani indagarono lo stesso Chinaglia per riciclaggio aggravato dall’articolo 7, ovvero dall’aver agevolato l’attività di un clan, nonchè Carlo Guido Di Cosimo e l’imprenditore casertano Giuseppe Diana, titolare di diverse aziende per la vendita di gas gpl, indagato per associazione camorristica e estorsione. Diana, arrestato nell’aprile scorso, è ritenuto elemento chiave dell’inchiesta. Già nella prima inchiesta napoletana e poi romana, quella che coinvolgeva gli Irriducibili ora sotto processo, si ipotizzava che Diana aveva la disponibilità in Ungheria di oltre 21 milioni di dollari. Una somma che già agli inquirenti napoletani apparve sproporzionata in relazione alle attività imprenditoriali dell’imprenditore casertano. Secondo le indagini della finanza quel denaro investito in Ungheria era collegato ai legami che Diana avrebbe avuto con esponenti del gruppo di Mondragone del potente clan dei Casalesi. Legami in particolare con la «famiglia» Fragnoli che si riferivano alla società «Eco 4 spa», affidataria della raccolta di rifiuti sul litorale domizio. Diana avrebbe tentato di reintrodurre in Italia l’ingente somma, attraverso fittizie operazioni di investimento. Una in particolare, che vedeva coinvolti i due professionisti, Di Cosimo e Benedetti e il finanziere ungherese, Zoltan Szilvas non andò in porto. Per questa operazione gli indagati, secondo la Dda di Napoli, avevano individuato nel Lanciano la società che avrebbe dovuto servire per l’ operazione di rientro. E Chinaglia avrebbe dovuto avere l’incarico di «formale acquirente». Ma il tentativo fallì. Gli stessi protagonisti li troviamo nel tentativo di scalata alla Lazio. E anche la somma proposta per l’acquisto (pare 24 milioni) apparve già due anni fa vicina alla quantità di denaro attribuita alla disponibilità di Diana. Per i magistrati insomma oggi è arrivata la conferma che la somma che si intendeva utilizzare per acquisire la Lazio derivava dal patrimonio «illecito» dell’imprenditore casertano.