Rocchi e Ibra, festa doppia (Il Messaggero)
di CARLO SANTI
ROMA - Niente abbraccio dello stadio Olimpico per l’ultima Lazio vincente della stagione. C’era il deserto per la sfida con il Napoli (i cui tifosi non potevano entrare), appena 4.994 coloro che, giocatori compresi, hanno varcato i cancelli. Niente tifo, solo cori (i soliti) contro Claudio Lotito. Sembrava che la partita tra le due contendenti poco interessasse ai presenti la cui attenzione era rivolta solo a Catania e Parma. Muti al gol giallorosso, i laziali si sono scatenati al minuto 16’14’’ della ripresa quando Ibrahimovic ha portato l’Inter in vantaggio e scucito lo scudetto dalla maglia della Roma. In tribuna è comparsa anche la maglia di Ibra, sventolata come un trofeo. Quel boato, quella felicità, non s’era avvertita nello stadio vuoto, senza anima, un’isola di cemento, neppure quando Rocchi (al 14’) con un bel diagonale aveva portato in vantaggio la Lazio sfruttando un assist di Mauri.
Era, ed è stata, Lazio-Napoli, una gara di fine stagione dove non c’era più niente da dire, nessun traguardo da raggiungere. Solo saluti per chi se ne va, Behrami da una parte, Sosa dall’altra (ma non solo, è chiaro, perché anche altri andranno via) e nessun rancore in campo. Delio Rossi, che ha assistito dalla tribuna alla partita per via della squalifica, ha proposto Tare e Rocchi in attacco (Pandev era squalificato e Bianchi è rimasto comodamente in panchina). Tare, controllato a uomo da Cannavaro, si è reso pericoloso e utilissimo. Grande lavoro per Igli, sponda per Rocchi, sempre pronto alla conclusione (al 2’ un colpo di testa di poco a lato) e attento a far salire la squadre. Dietro la coppia d’attacco, Mauri e alle loro spalle Ledesma a fare il regista, ruolo svolto al meglio.
Il Napoli, che non era certo nella miglior formazione possibile, troppi gli assenti, da Hamsik a Zalayeta e Calaiò, si è ha affidato molto, e senza troppa convinzione e lucidità, al fenomeno Lavezzi. E l’argentino, unica punta schierata da Reja che ha lasciato per tutto il primo tempo uno spento Bogliacino poco dietro, ha cercato di trovare la soluzione giusta con le sue raffinate giocate ma senza riuscire nell’intento. L’invenzione di Lavezzi (9’), un cross da sinistra, era proprio per Bogliacino che però falliva l’aggancio. Poco dopo la mezzora, un altro suo cross da destra non ha trovato nessuno pronto a raccoglierlo. Reja nel secondo tempo ha chiamato Sosa, ieri all’addio italiano, sperando che lui, giocatore che conosce i passi del tango argentino, potesse realizzare qualcosa di utile.
La Lazio era più viva, sempre nell’isolamento dell’Olimpico che aspettava ansioso novità da Catania e Parma. Neppure un quarto d’ora, come abbiamo detto, per il gol del vantaggio, di Tommasino Rocchi, nato da un’azione impostata da Tare e rifinita da Mauri che ha permesso al bomber veneziano di essere davanti a Navarro e batterlo. Solo gioco di rimessa per il Napoli “controllato” dalla Lazio, con il centrocampo dei biancocelesti sempre attento, soprattutto con Ledesma. Reja, invece, dai suoi (Pazienza, Gargano, Mannini e il rientrante Blasi) non ha avuto molto. E quando il pericolo è arrivato dalle parti della porta della Lazio, Muslera non si è lasciato sorprendere.
Brivido in avvio di ripresa (8’) con il colpo di testa di Sosa, che ha raccolto un cross di Mannini, per Pazienza che non è riuscito a concretizzare. Il Napoli cercava il pareggio ma è stata la Lazio ha piazzare il colpo del 2-0 in uno stadio che gufava e in festa per il raddoppio di Ibra per l’Inter. Punizione 10 metri fuori area in posizione centrale per la Lazio, Ledesma ha trovato Firmani dalle parti di Navarro e, di sinistro, la ha beffato facendogli passare la palla tra le gambe. Rocchi avrebbe voluto centrare la doppietta (36’) con una bella azione ma un attimo dopo (38’) il Napoli si è svegliato. Domizzi ha raccolto una respinta e al centro dell’area ha scagliato un potente sinistro (per lui ottavo gol stagionale) imprendibile per Muslera. E’ stata l’ultima emozione di una partita che non tutti, all’Olimpico, hanno visto. In tanti, difatti, avevano gli occhi sul tabellone dei risultati e l’orecchio alla radio, incuriositi da quello che accadeva altrove.