La Lazio non c’è più (Il Messaggero)

di GABRIELE DE BARI

CATANIA - Mezzora in dieci, mezzora addirittura in nove e per il Catania diventa persino facile conquistare il successo che ipoteca la salvezza. Ma la doppia inferiorità numerica non può costituire un alibi, perché la Lazio resta a Roma. Al ”Cibali”, infatti, vanno in campo calciatori svogliati, fuori condizione, ormai in vacanza e che collezionano una sequela di errori, tecnici e comportamentali. A niente servono le raccomandazioni della vigilia di Delio Rossi: alla concentrazione, alla determinazione agonistica, alla necessità di fare punti-salvezza. Tutto vano, tutto inutile, così arriva una sconfitta senza rimpianti a rendere ancora più anonimo e deludente un campionato senza identità.
Quella vista contro il Catania è una copia sbiadita della Lazio di Coppa Italia: biancocelesti timidi sin dall’inizio, mai in partita, bravi solo a complicarsi la vita. La squadra di Rossi appare subito in difficoltà: difende troppo basso, non fa pressing e non riesce a ripartire. Il Catania, invece, animato da ben altri stimoli di classifica, prende subito al guinzaglio la sfida mettendo in soggezione gli avversari. Aggressivo, arrembante sulle fasce, soprattutto sul settore destro, dove Vargas salta spesso Zauri, conquista il centrocampo e pianta le tende davanti a Ballotta. Soltanto le traverse (due nello spazio di un minuto, di Sardo e Biagianti), gli errori di mira degli avanti etnei e le parate del portiere evitano che il punteggio assuma proporzioni pesanti. Al Catania, che spreca molto, serve addirittura un rigore per firmare partita e successo: fallo di Zauri su Mascara, chiara occasione da rete e quindi rosso diretto per il capitano biancoceleste, già ammonito pochi secondi prima. Nei novanta minuti, una sola occasione per la Lazio: cross basso di Zauri e tiro sballato di Meghni da posizione molto favorevole. Un sussulto effimero che spaventa il ”Cibali” e che forse illude Rossi in attesa di una reazione vera che non arriva. La squadra non propone gioco, i centrocampisti non accompagnano le azioni e gli attaccanti sono lasciati in balia degli eventi e senza palloni giocabili.
Il tecnico preferisce Bianchi a Pandev e Meghni a Mauri: scelte che non danno frutti. L’ex centravanti del Manchester City offre una prestazione puramente accademica, senza iniziative, senza squilli, priva di qualsiasi contenuto e non può contare neppure sull’appoggio di un Rocchi decisamente opaco. Meghni, invece, soffocato dal pressing di Biagianti, vaga sempre alla ricerca di palloni e spreca anche l’unica chance, sullo zero a zero, per cambiare il destino del match.
E quando Rossi decide di inserire Pandev per Bianchi, ci pensa Dabo a rendere ulteriormente più difficile la situazione facendosi espellere. Ammonito per un duro tackle, il francese protesta e insulta l’arbitro, che si trova a pochi metri. Anche per lui rosso diretto. Dopo le polemiche sul caso-Totti, il signor Celi non se la sente di far finta di niente. Paradossalmente, costretta a giocare in nove contro undici, la Lazio tira fuori un’oncia di orgoglio e si batte decisamente meglio rispetto al primo tempo, al cospetto di un Catania incredibilmente impacciato, bloccato psicologicamente dalla paura di vincere e incapace di chiudere la gara con il secondo gol. Ledesma e Mutarelli sono più reattivi e pressano con maggiore determinazione, Pandev lotta, difende palla, attacca, mette in apprensione i difensori, però è troppo solo per incidere in un incontro già segnato. Gli errori e gli eccessi di egoismo dei calciatori catanesi, davanti a Ballotta, tengono incredibilmente la Lazio aggrappata alla sfida ma in nove diventa improbo insidiare la porta di Polito. Finisce con il ”Cibali” in tripudio, per una salvezza più vicina, e con un’altra delusione esterna per i biancocelesti. Gli stimoli e la voglia di sacrificarsi fanno la differenza: caratteristiche che la Lazio non dimostra di avere. Tutti aspettano soltanto la sfida con l’Inter in Coppa Italia.