Recensione libro ‘Lui era mio papà’, autore Stefano Re Cecconi
LUCIANO RE CECCONI, QUEL MITICO NUMERO 8 DI UNA LAZIO DA LEGGENDA
Un libro del figlio Stefano racconta quel centrocampista biondo che correva senza mai fermarsi
di Gerardo Picardo
Quando nel gennaio di 31 anni fa Luciano Re Cecconi incrocia il suo destino, il calcio piange la scomparsa di uno dei più grandi centrocampisti degli anni ‘70. Il popolo di fede laziale, che sa lottare e soffrire per i colori biancocelesti che sono appartenenza e scelta di vita, ancora oggi ricorda il suo “biondo re” con gli occhi lucidi e il cuore pieno di malinconia. Pensa alle giocate che non ha potuto vedere, ai goal per i quali non ha potuto abbracciarsi ed esultare dalle gradinate della mitica Curva, ai cori che non ha potuto levare al campione di sempre. Ma la palla anche per la Lazio è tornata a centrocampo. Quel gennaio di oltre tre decenni fa un bambino che allora aveva due anni rimase solo; oggi è un uomo, Stefano Re Cecconi che racconta la storia di un grande calciatore e di un grande uomo in ‘Lui era mio papà’, a cura di Sandro Di Loreto (Ed. Reality Book, prefazione di Waler Veltroni, pp. 125, euro 10). Un volume speciale, che va dritto al agli sguardi accesi dei tifosi dell’aquila laziale ma anche al cuore degli amanti del calcio e raccoglie ricordi, emozioni e pensieri di Vincenzo D’Amico, Guido De Angelis, Bob Lovati, Majurizio Maestrelli, Toni Malco, Gigi Martini, Mauro Mazza, Giancarlo Oddi, Michele Plastino, Felice Pulici, Carlo Regalia.
Scrive Walter Veltroni nella prefazione: “Luciano Re Cecconi non conosceva il significaro del verbo ‘arrendersi’. Una zazzera bionda che rappresentava energia allo stato puro. In quel viale di Villa Lais che porta il suo nome, da un bellissimo pomeriggio di novembre di tre anni fa, sono passati migliaia e migliaia di ragazzini. Molti con il pallone in mano. Ed è anche così che non tramonterà mai il mito di quel biondo col numero otto che, senza saperlo, era già l’archetipo del calciatore moderno. Uno che faceva a fette gli avversari aggredendo gli spazi e tagliando il campo come nessuno”.
In una sera fredda del 18 gennaio 1977, un uomo biondo con il bavero alzato entra in una gioielleria –si sostenne la tesi dello scherzo- e trova di fronte a sé un uomo che spara. Un colpo solo, quanto basta per porre fine a una vita cominciata nel 1948. Una morte assurda, su cui queste pagine ritornano a lungo. Scrive Stefano Re Cecconi del padre: ‘‘È rimasto sospeso nel tempo, è rimasto quel sogno bambino che ti fa amare un calciatore, un sogno che ti vive dentro e ti accompagna”. La Lazio del 1974 è una squadra unica, irripetibile. L’undici biancazzurro di quegli anni viene definita una squadra di folli, litigiosi, esagerati. Un po’ guasconi e sfrontati: la spina dorsale della formazione vedeva Pulici in porta, Wilson libero, Frustalupi a centrocampo, Chinaglia centravanti. Intanto, a far legna, Nanni, Martini e lui, Luciano Re Cecconi. Erano però anche ‘‘uomini veri, e non erano tutti uguali”.
A raccontare per primo del centrocampista laziale è Luigi Martini. Li definivano ‘gemelli’: lui e Luciano Re Cecconi stavano sempre insieme, in quella Lazio rappresentavano gli altri, a Chinaglia a Wilson, quelli ai quali non stavano bene le bizze di Giorgione, e non si piegavano mai. Quella Lazio senza Tommaso Maestrelli non sarebbe potuta esistere, né sul prato verde né fuori campo. Il laterale sinistro Martini ricorda la sicurezza che Re Cecconi dava ai compagni durante la partita: ‘‘Gli uomini che marcavo io si chiamavano Sandro Mazzola, Claudio Sala, Franco Causio, Bruno Conti. Dovevo fare grande attenzione. Guardavo Luciano. Uno sguardo d’intesa e andavo. Lui copriva e io ero tranquillo”. Di quella Lazio Vincenzino D’Amico era il talento. Nel libro racconta di quel gigante venuto dal nord, solido ma buono, che lo proteggeva in campo e che un giorno gli regalò un cucciolo di pastore tedesco. “Non a caso lo chiamavano ‘il saggio’. Amava la sua maglia, il numero 8 biancoceleste. Era un legame particolare, indissolubile, che è durato fino ad oggi, oltre la morte”. La sua scomparsa “fu uno schiaffo improvviso e inaspettato e ancora oggi, a distanza di anni, mi sento male quando ci penso e quando vado a trovarlo dove riposa”.
E se per Felice Pulici, il ‘saggio centrocampista biondo’ era anche un uomo di spirito, cui piaceva fare le imitazioni ‘‘e ci faceva morire dal ridere” con la sua generosità ed euforia, il direttore del Tg2 Mauro Mazza ricorda la sua Lazio come ‘‘uno spettacolo emozionante di arroganza agonistica oltre che di forza e tecnica. Era una Lazio spavalda e irriverente, e noi con lei”. La sintesi è proprio un goal di Re Cecconi, l’anno dello scudetto, quando contro il blasonato Milan il biondo piazzò un goal di potenza all’ultimo minuto di gioco che condannò i rossoneri alla sconfitta. ‘‘Luciano –sottolinea ancora Mazza- non rilasciava molte interviste, preferiva fare il suo mestiere, giocare al calcio, macinare il campo metro per metro, minuto per minuto”. Correva sempre con il suo numero otto bianco, acceso sulla maglia con i colori del cielo, intrisa di sudore, ‘‘un ricordo indelebile. Un calcio semplice, pulito. Non ricordo un fallo brutto. D’altronde era un uomo semplice e le persone così non fanno male”. Come per un tifoso del Torino Gigi Meroni è rimasto una icona del ‘Grande Torino’, così per i tifosi laziali Luciano Re Cecconi è storia e leggenda, ‘‘fissato nel tempo in quelle foto sbiadite, nei racconti davanti a un bicchiere di vino, in un legame affettivo indissolubile e profondo che ci tramandiamo da laziale in laziale”. Un uomo che ha lasciato il segno: ‘‘Prenderei un bambino tra le braccia –scrive con commozione Mauro Mazza - e gli racconterei di un giocatore dai capelli biondi che correva più di tutti gli altri, senza mai fermarsi”. Restano come fotogrammi del cuore, ricorda Michele Palstino, storico conduttore di ‘Goal di Notte’: ‘‘Il suo goal al Milan all’ultimo minuto, quando sembrava non ci fosse più tempo. Il goal alla Juventus di Zoff, Bettega, Furino e Causio. Nessuno ci può dare quello che il destino ci ha tolto, nessuno ci può togliere questi ricorsi. Li porto con me, perché sono della Lazio”. Ora, oltre al cuore dei laziali e ad un vecchio poster di ‘Momento-sera’ dove ‘‘Cecco” guarda un pallone di cuoio che sembra scendere dal cielo, c’è un importante libro a raccontare di quell’angelo passato nella storia della Lazio, che non ha mai cambiato maglia