Lo stadio fuori porta (Lazionet Magazine)
di Guido Liguori e Antonio Smargiasse
L’ipotesi che la Lazio possa giocare, negli anni a venire, in un nuovo stadio da costruire a Valmontone ha scatenato, tra i tifosi laziali e non solo, un dibattito che per i toni e più ancora per i contenuti, lascia quanto meno perplessi. A sorprendere non è tanto che a prevalere sia, legittimamente e anche comprensibilmente, un orientamento negativo verso la possibilità di un trasloco così radicale. Stupiscono piuttosto i motivi di tale rifiuto, ovvero il delitto di “lesa romanità” e l’accusa di bieca speculazione edilizia con cui si è voluta marchiare la volontà di lasciarsi alle spalle, dopo mezzo secolo, l’esperienza dello stadio Olimpico. Non si può nascondere l’impressione che l’agitazione di spettri di così facile presa tra l’opinione pubblica serva soprattutto per ostacolare, a Roma e più in generale nel calcio italiano, una riflessione seria e consapevole sulla questione degli stadi.
Dopo i fatti criminali seguiti a Catania-Palermo, il Ministro dello sport aveva parlato della necessità di rendere le società proprietarie e quindi responsabili degli impianti sportivi, nuovi o ristrutturati che fossero. Di quegli intendimenti, esauritasi la spinta emotiva e persa la corsa agli europei del 2012, non resta che qualche traccia nei tornelli messi finalmente a punto e nell’avvio, qua e là, dei lavori di risanamento delle lacune più macroscopiche. La questione invece resta lì, davanti a noi, secca e ineluttabile: il calcio italiano, uno dei settori produttivi più importanti per l’economia e la cultura del nostro paese, continua ad operare in strutture palesemente, grottescamente, in alcuni casi drammaticamente inadeguate. In gran parte degli stadi italiani le partite si vedono male se non malissimo, i servizi sono un’offesa alla dignità di chi deve farne uso, i comfort restano un optional rigorosamente riservato alle tribune d’onore. Del resto, i tifosi che a milioni in questi anni agli spalti hanno preferito le poltrone di casa o le sedie dei bar, sulla questione stadio hanno espresso, con chiarezza, il proprio punto di vista.
C’è un aspetto ancora più importante che si continua, con ostinazione, a trascurare. Per tutta una fase storica lo stadio ha rappresentato soltanto il luogo nel quale il calcio offriva, nelle migliori condizioni possibili, il proprio spettacolo. Quel tempo è finito, perché ai club ora si chiede di spendere/investire in base alla propria capacità produttiva. Lo stadio così, insieme alle televisioni, agli sponsor, al merchandising, diventa, deve diventare, anch’esso momento di produzione della ricchezza. Non comprendere il carattere dirimente di questo passaggio significa destinare l’industria calcistica italiana a una subalternità profonda e duratura rispetto a quella di paesi come l’Inghilterra, la Spagna o la Germania che ormai da anni si sono attivati in questa direzione.
Da più di tre anni la Lazio chiede di edificare, a Roma, una struttura sul modello di quelle già realizzate, ad esempio, dall’Arsenal a Londra o dall’Ajax ad Amsterdam, dal Bayern a Monaco o dall’Olympiacos ad Atene. Stadi costruiti per vedere il calcio, confortevoli, con elevati standard di sicurezza, con spazi per musei, ristoranti, cinema, bar, con annessi supermercati, alberghi e centri commerciali, con aree limitrofe destinate a edilizia residenziale. Strutture piacevoli per i tifosi e fonte di reddito per le società. La risposta del Comune di Roma è passata dal no a priori, perché nella capitale ci sono già due stadi e non ne serve un terzo, a un no articolato, perché i terreni proposti sono vincolati, perché l’operazione ha più la fisionomia della speculazione immobiliare che non quella della costruzione di un nuovo impianto sportivo, perché il piano regolatore non prevede spazi da destinare a un progetto di questo tipo. C’è stata poi la variante buffa del Comune di Roma che dice sì alla costruzione del nuovo stadio, però nel comune di Fiumicino! Ora, in tempi di campagna elettorale, la questione sta ritrovando una sua attualità. I due candidati sindaco, a differenza delle amministrazioni precedenti, mostrano una maggiore consapevolezza politica del problema e sembrano muoversi verso una sua soluzione. Comunque, passati ben tre anni, grandi passi in avanti nella direzione dell’abbandono dell’Olimpico ancora non se ne vedono.
Questo è il contesto nel quale va collocata l’attenzione verso i terreni che il comune di Valmontone metterebbe a disposizione per il nuovo stadio della Lazio. Il tifo laziale, almeno quello che continua a manifestare le proprie idee, ha espresso un no forte e deciso. Un atteggiamento riassumibile nello slogan rivolto al presidente Lotito: “A Valmontone vacce te”. Uno slogan, va ribadito, comprensibile e chiaro per la capacità che ha di esprimere lo stato d’animo prevalente nel tifo laziale. Ciò che invece è più difficile da capire, soprattutto perché sottrae alla Società Sportiva Lazio tutta una serie di opportunità che le si potrebbero aprire sulla locazione del suo nuovo stadio, è questo clima ridicolo, da commedia all’italiana, secondo cui l’uscita dal comune di Roma rappresenterebbe un’offesa alla identità della squadra più vecchia della capitale e a quella dei suoi tifosi. Nel tempo del decentramento politico, amministrativo, urbanistico e culturale sembra che il calcio debba marciare in direzione opposta. Che si debba tornare all’età delle vecchie città, dei comuni, dei borghi addirittura. Con il Grande Raccordo Anulare come moderno muro di cinta di un Io altrimenti in frantumi. L’orizzonte in cui muoversi non può che essere quello dell’Area Metropolitana di Roma. Allontanandosi, magari, il meno possibile dal comune di Roma. Si deve però essere disponibili a opzioni che siano possibili, che siano vantaggiose per la Lazio, che siano compatibili con gli sviluppi urbanistici futuri della Capitale d’Italia. Lasciando stare, per favore, l’identità della Lazio. Che ha radici, storia e cultura sufficienti per respingere le offese dei nemici vecchi e nuovi, fuori e dentro le mura.