Ultras: trasferte vietate? No, stadi riaperti (Il Manifesto)
di Guido Liguori e Antonio Smargiasse
Nei commenti sui fatti dell’autogrill della Crocetta, dove ha perso la vita l’ultras dei Boys del Parma Matteo Bagnaresi, colpisce il contrasto tra la richiesta, molto forte, di chiudere gli stadi alle tifoserie ospiti e i lanci di agenzia che annunciano l’arrivo a Roma dei 4000 tifosi del Manchester United per l’incontro di Champions tra la Roma e i Red Devils. La stessa partita lo scorso anno era stata teatro di scontri violenti, con alcuni tifosi inglesi accoltellati fuori dallo stadio e altri pestati dalla polizia sugli spalti. Le immagini avevano fatto il giro del mondo, la questione aveva persino provocato frizioni tra il governo inglese e quello italiano. Dodici mesi dopo migliaia di sostenitori del Manchester cancellano i brutti ricordi e prendono il volo per l’Italia. A testimonianza di quanto sia forte l’impatto sociale del calcio in Europa. E di quale sia la complessità dei problemi che intorno a esso si sollevano. Se si è in grado - e lo si deve essere, nell’Europa contemporanea - di garantire la sicurezza a migliaia di inglesi in giro per la Capitale, per le partite del campionato italiano non c’è altra risposta che il divieto delle trasferte?
La morte di due tifosi al seguito delle loro squadre in trasferta, nell’arco breve di quattro mesi, morte avvenuta in circostanze profondamente differenti e sulle quali farà luce la magistratura, ha messo in evidenza un problema sul quale già da tempo si andava concentrando l’attenzione di quanti seguono l’evoluzione del tifo ultras in Italia: lo spostamento dall’interno all’esterno dello stadio dei problemi connessi alla violenza. Per la verità non siamo di fronte a un fatto nuovo. Nei decenni passati la violenza dei tifosi durante le trasferte era molto più diffusa e per certi versi devastante di quanto non sia oggi. Le cronache raccontano di treni distrutti, di stazioni ferroviarie gettate nel panico per intere giornate, di autogrill assaltati e saccheggiati, di pullman dati alle fiamme, di automobili irrimediabilmente danneggiate nei pressi degli stadi. Di giovani morti asfissiati nelle carrozze ferroviarie incendiate e di altri gettati dai treni in corsa. Tutto questo oggi è reso pressoché impossibile da misure, anche semplici ma attentamente mirate, di prevenzione e di repressione (ad esempio, niente tifosi in treno senza biglietto nominale per lo stadio e biglietto ferroviario pagato).
Il problema però, ridimensionato ma non risolto, è messo bene a fuoco dalle parole dell’ex commissario straordinario della Figc, Luca Pancalli: «Vietare le trasferte? In realtà già esiste il divieto di vendere in blocco i biglietti. E poi non si può privare i tifosi normali di andare in trasferta. Bisogna stare attenti a non parlare per slogan e non cadere nella demagogia. Si tratta di introdurre una serie di interventi che, nel tempo, creino un percorso virtuoso. Penso alla ristrutturazione degli stadi, a tante iniziative rivolte ai più giovani, senza rinunciare al dialogo con le tifoserie organizzate, da non confondere con i delinquenti». Il calcio, in definitiva, non si cura vietando alla gente di andare allo stadio. O riducendolo a uno sport meramente televisivo. Curiosa in questo senso la contraddizione tra il Berlusconi candidato premier che oggi si schiera contro il divieto alle trasferte dei tifosi e il Berlusconi proprietario della Fininvest che per primo in passato parlò di stadi chiusi ai tifosi ospiti (leitmotiv ripreso ieri sera dagli opinionisti Mediaset, evidentemente non avvisati del cambio di linea).
Le frange violente e aggressive che ancora ruotano intorno al calcio sono sempre più minoritarie. Vanno contrastate con determinazione e intelligenza, evitando misure che ostacolino ulteriormente la passione dei tifosi. Sia l’analisi che la repressione vanno differenziate. Le istituzioni non devono agire solo sul piano repressivo, ma anche su quello educativo, concertativo, della collaborazione anche con i gruppi ultras che rinunciano alla violenza e si pongono in una ottica di cogestione degli eventi. Bisogna isolare i violenti e non sospingere verso di essi, con misure sbagliate, tifosi soprattutto giovani che pure ne subiscono il fascino, se non l’egemonia. Il passaggio che abbiamo di fronte, nella prossima fase, è probabilmente quello di una inversione di tendenza: si tratta di tornare a riempire gli spalti, di riaprire gli stadi ai tifosi. Il vuoto che in questi anni si è riusciti costruire intorno al tifo violento deve essere riempito da gente che vuole vivere il calcio con allegria e semplicità. Trasferte vietate? No, grazie. Stadi aperti, piuttosto.