Lazio, lezioni di gioco (Il Messaggero)

di VINCENZO CERRACCHIO

ROMA - Se c’è una squadra incapace di far punti quando stecca la giornata, lo sapete, è la Lazio. Nessuna partita rubata nel suo carnet stagionale. Però adesso, in linea con la primavera di Rossi, la Lazio è quella che esprime il calcio migliore. Prima del ciclo terribile, e con una classifica asfittica, l’aria era dimessa: ed ecco nell’ordine il pari di Udine (e ricorderete i modi, dominata a lungo una delle candidate alla zona Champions), la vittoria nel derby, quella sfiorata in dieci contro undici a Firenze (miracolo di Avramov prima del gol di Pazzini), il pari, che grida vendetta (evviva, c’è la Coppa) con la capolista Inter. Lezioni di gioco: cinque punti che potevano essere almeno il doppio. E c’era chi ne pronosticava zero.
Che cosa è successo? Dov’è finita la Lazio sconfitta senza reazione a Empoli o beffata dal Cagliari in dieci? Si parla di un mese fa, mica anni luce…
Il lavoro a Formello - “Andate a lavorare”, gridò qualcuno all’aeroporto di Cagliari. Detto e fatto. Passata la sbornia Champions, arrivati i rinforzi invernali, si trattava di assemblare una squadra. Rossi aveva già ripreso a curare gli automatismi, ha recuperato qualche giocatore immusonito (Behrami, per esempio, è un’altra persona), ha tranquillizzato gli attaccanti sperimentando con successo la problematica convivenza a tre.
L’albero di Natale - La Lazio ha patito quest’anno l’insolubile problema del trequartista: Mauri è incappato in una stagione balorda, Meghni va e viene di rendimento, Del Nero è desaparecido. Il modulo a rombo, per funzionare, deve avere interpreti in spolvero fisico: altrimenti per gli avversari diventa un giochetto andare sull’anticipo centrale. E chiedere a Pandev di giocare così lontano dalla porta non rappresentava la soluzione. A San Siro, col Milan, è iniziata la metamorfosi: l’“albero di Natale” in casa di uno che l’ha sperimentato, cioè Ancelotti. Forse non è proprio un caso - sfortuna a parte - che la Lazio abbia perso da allora una sola volta, a Firenze, quando Rossi decise di recuperare Mutarelli, reinserire Mauri ed escludere Bianchi, abbandonando per un attimo fatale l’idea vincente.
Il nuovo centrocampo - Chi ricordava Dabo al fianco di Liverani, nel classico 4-4-2, non avrebbe scommesso sulla tenuta del francese in un centrocampo a tre. Troppo lento. Casomai un’alternativa per Ledesma. Com’è andata poi è sotto gli occhi di tutti. Con un palleggiatore al fianco, l’argentino è stato sgravato dagli obblighi di conduttore unico, e solo grazie al nuovo innesto Rossi ha potuto rinunciare a un vero e proprio regista avanzato. Sembravano azzardati anche la rinuncia a Mudingayi e lo spostamento di Behrami a sinistra. E invece la logica era quella di spingere anche da quella parte, dove Radu è più difensore che propulsore.
Gioventù sulle fasce - Bianchi non starà facendo sfracelli ma sotto l’aspetto tattico è stato determinante. Ora ha un senso maggiore arrivare sul fondo a crossare, è un’alternativa importante, consente ai centrali, come si è visto nella partita di sabato, di non rimanere chiusi in un cul de sac e di tentare la conclusione da lontano. De Silvestri, Kolarov nel derby, Radu contro l’Inter, sono interpreti assidui di questo cambio di rotta.
La forma che cresce - Rocchi ha più spazi, Pandev è più libero, Ledesma può dosare meglio le forze, Behrami ha voglia di Europeo. I giovani sono entrati in pianta stabile. Cambiamo il detto: lavorare meglio, lavorare tutti. Meno infortuni, meno stress, meno responsabilità singole. Una squadra. Bel gioco. Punti. Peccato sia tardi per la classifica. Non per riaccendere la passione.